Ho deciso di cominciare a riportare brevi passi o semplici frasi che riguardano il nostro rapporto (o il rapporto di altri) con la lingua e le strutture della lingua, a volte commentandoli, altre volte no. Attività oziosa? Per me no, il sottile filo conduttore è lo stesso che lega ogni post del blog (dal più serio al più cazzone): non scordarsi mai che la lingua la usano e la fanno gli esseri umani.
Il primo passo che riporto è il finale di una lettera-dedica-prefazione che scrisse Leo Spitzer (linguista? critico letterario? “stilista”?) a Meyer-Lubke, un altro linguista; lettera che accompagnava il suo lavoro sul dialogo nella lingua italiana, anticipando di decenni la pragmatica: Italienische Umgangsprache (ed. it. Lingua italiana del dialogo). Non c’è molto da dire, anzi qualcosa si potrebbe anche criticare, per questa marcata contrapposizione tra eloquenza e azione. Ma è un passo scritto allo scoppio della Prima Guerra Mondiale: e tutto quello che si riesce a scorgere è l’utopia di chi crede che l’attenzione per la comunicazione possa essere, se non sufficiente per cambiare qualcosa, quantomeno necessaria.
«Forse in questi giorni in cui l’Europa tutta è scossa dal fragore della guerra e gli uomini sembrano potersi intendere soltanto a suon di cannoni, di mitraglie e di mine, conviene ricordare che esiste un altro mezzo con cui ognuno di noi è dato di comunicare all’altro qual è il proprio volere e all’altro di poterlo contestare, un mezzo invero non inerme, ma relativamente innocuo e assai sottile. E farne menzione qui, nella brutalità della violenza, può forse ravvivare la nostalgia per un’interazione basata sul dialogo, sul dire e sul replicare, sullo scambio nobile dei mezzi intellettuali del discorso, ricordando così, di fronte al pathos dell’azione, l’eloquenza della parola.»
Traccia per un tema di italiano: «La morte. Purtroppo è sempre stata tra i “fenomeni naturali” più diffusi. Parla di questo strano fenomeno che procura solo dolore per le persone che ci stanno accanto e di un avvenimento che spieghi le emozioni che hai provato in quell’occasione».
Svolgimento: «Purtroppo la morte è uno dei tanti fenomeni più diffusi, sin dalla preistoria»
(da Luca Serianni – Giuseppe Benedetti, Scritti sui banchi. L’italiano a scuola tra alunni e insegnanti, Carocci, 2009)
Lasciando da parte la spassosa traccia, che riesce ad adombrare l’altrettanto spassososo incipit dell’alunno (che ha come scusante la riproposizione della traccia), vi sarà senz’altro capitato di iniziare un tema in maniera simile. Qual era il miglior escamotage per iniziare un tema a scuola e allontanare lo spettro della pagina bianca? Beh, centralizzare subito l’argomento, nobilizzarlo. E allora giù di “Il più grande problema”, “Sempre più spesso si parla”, “Uno dei più grandi problemi al giorno d’oggi”, “Il più importante”, ecc.
Le tracce molto generiche, unite all’oggettiva difficoltà di avere un’opinione precisa su argomenti universali (la fame nel mondo, la guerra, la morte, l’ambiente), portano lo studente a scrivere qualcosa tanto per scrivere, delegando la forza del testo alla forma. Insomma, il classico tema d’italiano ha problemi intrinseci che, in parte, possono, se non giustificare uno studente, almeno concedergli delle attenuanti: scrivere senza sapere è possibile, ma non certo a quell’età.
Stupisce molto più trovare meccaniche simili in articoli di giornale. Oggi, 8 marzo, festa della donna, non si può fuggire dai soliti articoli, editoriali, inchieste sulle donne, sulla violenza sulle donne, sulle donne e il lavoro, ecc. Ed ecco che spunta fuori un articolo, sull’Espresso, con un esordio ai limiti del grottesco, formalmente identico al classico tema scritto senza sapere nulla dell’argomento. Lasciando da parte il titolo, su cui ho dei dubbi di gusto (ma il gusto e la linguistica, come abbiamo visto, non vanno tanto d’accordo), l’articolo inizia così:
«Se Laura sappia o meno che l’omicidio è la causa principale di morte per le donne, non glielo leggi in faccia.»
Leggendo questa frase sembrerebbe che l’omicidio superi quantitativamente i decessi per malattie, tumori, infarti, incidenti stradali, ecc. Il che è ridicolo anche per chi non ha dati alla mano (tipo me). Ma le attenuanti che si concedono a uno studente, non si possono concedere a una giornalista: siamo di fronte a una frase che non solo è altisonante quanto l‘incipit di un tema scolastico, ma è sbagliata. Spettacolarizzazione o sciatteria? Propenderei per entrambe le cose, come può testimoniare il virgolettato al lato:
«Delle 127 donne che hanno perso la vita nel 2010, 114 sono state uccise da membri della famiglia, di cui 68 erano partner della vittima, mentre 29 ex partner»
Virgolettato che, oltre a essere impreciso nel testo (“perdere la vita” non è unicamente riconducibile all’omicidio, ma il significato si può dedurre dal contesto, è vero, e non starò qua a misurarmi con esercizi leziosi), oltre a essere sbagliato fuori contesto, testimonia quella voglia di colpire il lettore che prevalica la semplice precisione linguistica (bastava scrivere “uccise”).
Vabbè, direte, che un articolo miri soprattutto a colpire, per quanto sbagliato, è cosa comune. Oggi mi sento buono e lascerò pure stare la competenza linguistica dei giornalisti: ma bisogna puntualizzare con voce ferma, innanzitutto, che una frase sbagliata, in un articolo di giornale, è una frase sbagliata, a prescindere dalle scusanti pragmatiche. Poi, che a forza di spettacolarizzare tutto non si spettacolarizza niente: a questo punto mi aspetterei proteste formali da parte di associazioni di donne vittime della strada o a favore della prevenzione per il cancro al seno. Infine, che una giornalista che inizia un articolo come un qualsiasi studente di terza media, quello no, per quanto permissivi, non si può proprio accettare.
“Battersi in difesa della lingua è molto più importante che battersi per la abolizione o la conservazione dell’articolo 18.” (Pietro Citati, 15/02/2012)
A giudicare dal recente elzeviro di Pietro Citati (segnalatomi da Diego), l’obiettivo principale di alcuni intellettuali, quei «molti che hanno scritto intorno alla salute della lingua italiana», è avere un popolo che si concentri sul congiuntivo e sul bel parlare, e chiuda un occhio sul vil danaro e sulla propria condizione economica e sociale. Insomma, stare in cassa integrazione potrebbe essere un bella occasione per riprendere in mano qualche polverosa grammatica purista e dare una ripassata a quelle regole che permetterebbero «di parlare e di scrivere secondo natura e tradizione» della nostra lingua.
Potrei continuare a strumentalizzare questa frase, ma non lo farò: facciamo finta che sia una provocazione (e facciamo finta che esista una confine netto tra provocazione e cazzata). Quello che manca, in questo editoriale, è un qualsivoglia impianto teorico che sorregga le affermazioni; affermazioni di una banalità sconcertante, che potrebbe scrivere un liceale, in piena estasi umanistica, che ancora non sa che si è continuato a scrivere belle cose anche dopo Leopardi.
Innanzitutto “una natura della lingua” non esiste: o meglio, esiste nel momento in cui quella lingua è parlata da un certo numero di persone. Ma sono le persone che le danno forma, e quella natura può variare: altrimenti staremmo ancora parlando latino. E il variare della natura non comporta una perdita di intelligenza o di capacità espressiva: mi sembra che Dante abbia partorito la Divina Commedia, mentre tutto il mondo intellettuale ancora scriveva in latino (gli storici della lingua mi concedano di andare con l’accetta). Primo punto da tenere a mente: la mutevolezza della lingua (dovuto a un uso continuo di un codice che tra le proprie regole ha proprio il non poter essere immobilizzato) non comporta altro che il mutamento della lingua. A questo non corrisponde una perdita di intelligenza dei parlanti o di bellezza. Questo non vuol dire che si debba essere totalmente lassisti nell’educazione linguistica, ma facciamo che di questo ne parliamo un’altra volta, perché è lungo e perché Citati si lamenta e basta, senza fare il minimo accenno all’istruzione.
Andiamo avanti: Citati dice che stiamo perdendo forme, costrutti, parole. Tra questi il congiuntivo, vero feticcio dei predicatori linguistici (leggetevi questo libro), principale sintomo dello sfacelo in cui versa questo povero popolo dannato. Prima di tutto non è vero, né è recente la sua alternanza con l’indicativo, come ricorda Luca Serianni:
«[...] il congiuntivo non è morto, né è recente l’assedio postogli dall’indicativo: dopo una completiva l’indicativo è spesso una semplice alternativa colloquiale, possibile fin dal XIV secolo, e per un’ipotesi irreale nel passato l’uso è antico e ben acclimatato persino in poesia.» (Prima lezione di grammatica, p. 54)
Quindi, evitando perifrasi stantie che tanto annoiano il nostro elzevirista, possiamo dire senza remore che Citati ha detto una grande cazzata. Ma poi, volendo andare più a fondo, se il congiuntivo morisse non è che verrebbe sostituito da versi scimmieschi, portandoci a non poter più esprimere determinati pensieri: verrebbe semplicemente sostituito da altre forme, magari di natura diversa, capaci di esprimere lo stesso rapporto che c’è ora tra i due modi verbali. Però Citati vuole definitivamente rendere palese la sua incompetenza linguistica precisando che è una questione di «fascino», e non di uso: ma la bellezza (parametro prescientifico in linguistica) non ha quasi nessuna voce in capitolo nei cambiamenti di una lingua, lingua che usiamo tutti i giorni fondamentalmente perché ci serve per fare le cose, e non per sbrodolarci e masturbarci su belle forme (toh, la solita confusione tra lingua scritta e lingua parlata).
Come è usuale tra questi solenni predicatori, l’articolo finisce in completa caciara. Prima ci si contraddice («la nostra lingua si imbruttisce non per via della sua progressiva povertà»), tenendo comunque ben presente che la povertà è progressiva, e che prima si parlava meglio; poi si attacca la lingua in maniera strumentale: ovvero lamentandosi di espressioni che (per quanto brutte) sono peculiari unicamente di alcuni sottocodici (politico, giornalistico, ecc.) e non della lingua in generale (al bar non ho mai sentito parlare di «staccare la spina a Luis Enrique» ma di «mannallo via»); infine ce la si prende con un segnale discorsivo (in qualche modo) tipico del parlato e della cui importanza abbiamo già parlato ampiamente. Vi prometto che prima o poi scriverò una ricetta perfetta per scrivere un editoriale scemo che parli di lingua italiana.
Insomma, così come guardare partite di calcio non fa di te un allenatore, saper scrivere bene e occuparti di letteratura non fa di te un linguista. Anzi, è proprio il continuo contatto con la letteratura e il bello stile che svia lo sguardo dalle funzioni principali di una lingua, e dalla sua bellissima e caratteristica mutevolezza, che fa di ogni parlante un potenziale e inconsapevole creatore.
Un post al volo per segnalare una cretinata. Ieri è stata diffusa l’intervista a un giornale ceco, di un anno fa, in cui il comandante della Costa Concordia, Francesco Schettino, dichiarava che non avrebbe mai voluto essere il capitano del Titanic. Non so chi per primo l’abbia riportato in italiano, comunque il giornale ceco, secondo i giornali italiani, è il “Dnes Quil” (lo screenshot seguente è preso da Repubblica):
Sembrandomi piuttosto assurda un’intervista di un giornale ceco a un comandante di Costa Crociere, mi sono messo a cercare il “Dnes Quil” su Google: trovando solo risultati da giornali italiani, già pregustavo la scoperta della bufala. Purtroppo (per quei cinque minuti persi) il giornale ceco esiste realmente, solo che si chiama semplicemente “Dnes” (in italiano ‘Oggi’). E allora da dove esce fuori il Quil che tutti i giornali riportano? Beh, dalla traduzione frettolosa della notizia in francese (evidentemente precedente a quella italiana):
Non è certo una tragedia, non viene distorto alcun contenuto, e non sarà certo questo, tra i mille sintomi, a mostrare la superficialità con cui vengono spesso trattate le “notizie”. Limitiamoci a indicare tronfi e ridere della gaffe, sintomo di semplice sciatteria: così come rideremmo di un ricco e pretenziosamente elegante signore, con un vistoso buco sul cavallo dei pantaloni.
Predicatori linguistici. Guardatevi sempre da chi vi dice come dovete parlare. Non sto parlando di alfabetizzazione o rispetto della norma, ma di stile, e di quegli intellettuali che credono fermamente che migliorare la lingua del volgo ne migliori le capacità intellettive, portandolo magari a comprare qualche libro in più dei suddetti intellettuali, e che la lingua che parliamo tutti i giorni debba essere quella che si legge nei romanzi. Per questo, più che recensire “È un problema tuo” di Filippo La Porta, provo a prenderne spunto per cogliere alcune scorrette interpretazioni di un presunto problema. La recensione non è possibile, per due ragioni: innanzitutto non l’ho comprato ma l’ho letto in biblioteca e di certo non tornerò in biblioteca per rileggerlo e commentarlo puntualmente; poi perché se lo recensissi non saprei da dove cominciare, tra insensatezze critico-linguistiche (che vedrete più in là) e voli sociologici (per l’autore ormai abbiamo tutti il SUV e leggiamo tutti i volumetti Adelphi).
L’obiettivo dell’autore è prendere di mira alcuni tic linguistici (che un’altra prima di lui ha chiamato plastismi) dietro cui dovrebbe annidarsi la pochezza di pensiero e che dovrebbero essere rivelatori di quello che siamo o siamo diventati. Insomma, per La Porta è indice di una pigrizia linguistica che non solo coincide con la pigrizia mentale (si potrebbe pure accettare) ma ne è causa: l’uso di “frasi preconfezionate” nella lingua di tutti i giorni impigrisce il cervello. No.
Parlare bene è pensare bene? Innanzitutto la lingua non è una sorta di tesoro da cui prelevare le forme più belle, più variegate, più pregne di significato e adatte al contesto, meno abusate: un uso stilisticamente notevole non coincide necessariamente con la capacità critica e analitica. Conoscerete una marea di persone che parlano bene e pensano male; lo stesso La Porta ha partorito un libro la cui profondità non va oltre la soggettiva idiosincrasia, un libro superficiale in una lingua precisa, variegata, stilisticamente piacevole da leggere. Si possono dire cazzate in maniera impeccabile, insomma. Allora, vi starete chiedendo, si può parlare male e pensare bene? Per me no, ma la risposta merita una riflessione a parte e ci sarà occasione per ritornarci (a proposito del politicamente corretto, ad esempio): l’unica cosa di cui sono sicuro è che la capacità intellettiva non si migliora automaticamente migliorando la lingua.
Ma gli italiani parlano male? Lasciando per ora stare quella questione: sulla base di cosa gli italiani parlano male? I sintomi del problema individuati da La Porta sono in realtà falsi sintomi dovuti a una scarsa conoscenza dei meccanismi della lingua parlata: il lungo rapporto con la sola forma scritta dell’italiano da parte dell’élite culturale ha portato l’idea che la lingua serva a solo “comunicare” e “informare”; che ogni espressione, ogni minima espressione detta, vada pensata e scelta tra migliaia di altre; che ci sia un totale libero arbitrio. In realtà la lingua parlata è tutt’altro affare: innanzitutto è live, e questo spiega l’uso segnali discorsivi che, come vedremo, tanto fanno preoccupare La Porta; inoltre serve ad “esserci” in quanto individui sociali: torneremmo ogni sera a casa con il fumo che esce dalle orecchie, come nei fumetti, se tutto quello che dicessimo servisse prettamente a trasferire un’informazione da una capoccia all’altra. Insomma, non siamo sempre liberi quando conversiamo: perché c’è poco tempo e perché ci sono altri individui con cui, assieme, costruiamo la conversazione e rispettiamo/perpetuiamo delle regole.
Le regole della conversazione. Per esempio: siete sinceramente interessati a sapere «Come sta» una persona quando gli chiedete «Tuttaposto?» (una delle espressioni contro cui si scaglia La Porta). No. Ma è normale. Per La Porta è una testimonianza della nostra ansia di controllo sull’altro a cui segue la necessità che l’altro vi si conformi, dicendo necessariamente «Sì, tuttaposto». Ma non è assolutamente vero. L’altro sa benissimo che ve ne frega poco se va tutto bene o meno, ed è per questo che non vi dirà mai «No, va tutto una merda e voglio suicidarmi» (a meno di particolari relazioni d’amicizia); il più delle volte risponderà con «Sì, tutto bene» o al massimo «Abbastanza bene» o «Non c’è male». Conoscete entrambi le regole del gioco, entrambi le rispettate, la faccia è salva, potete cominciare ad occuparvi d’altro: che sia andarvene dopo lo scambio dovuto con chi conoscete e incontrate per strada, o continuare a conversare su cose più interessanti e urgenti. Dietro «Tuttaposto?» non si nasconde nessun indicatore di chissà quale volontà di controllo: è una forma, lato sensu, di cortesia linguistica, una regola sociale, con cui si può iniziare una conversazione o semplicemente esserci in quanto individui che mantengono relazioni tramite la lingua.
Gli strumenti della conversazione. Lo stesso vale per i segnali discorsivi (per una breve descrizione guardate questo, o Wikipedia inglese, ma se siete interessati consultate il terzo volume della Grande Grammatica di Consultazione): non sono tic linguistici, ma locuzioni utili nel parlare, necessarie per esseri umani che hanno poco tempo a disposizione e hanno bisogno di concessioni e permessi. Iniziare una frase con «Niente… » serve a prendere tempo senza per questo rinunciare al proprio turno, non a prendere con leggerezza quello che si sta dicendo (infatti è un riempitivo più che «pensiero debole portatile perfezionato in forma di massa»); o ancora, anteporre «In qualche modo» (per La Porta «quintessenza di una italianità adattativa e trasformista (un po’ convenzionale ma non del tutto immaginaria») o «Come dire?» al proprio enunciato serve a indicare che i termini che stiamo usando non sono precisi, che c’è un’incertezza dovuta agli stretti tempi di programmazione lessicale, e così vale per «Tipo… » (io, ad esempio, ho notato che uso spesso “Tipo” quando racconto qualcosa che non ricordo bene: piuttosto che annoiare chi ho davanti con lunghe pause, preferisco essere approssimativo e comunicarlo proprio con «Tipo… »).
Gli italiani parlano peggio? La superficialità del predicatore linguistico, e del libro di La Porta nello specifico, è dimostrata inoltre da quello sguardo diacronico («Una volta qui era tutta campagna e lingua genuina… ») che fa pensare a un periodo aureo in cui, per iniziare una conversazione, non si chiedeva «Come va?» ma «Cosa ne pensi del funzionalismo di Malinowski?». È l’equivoco di fondo tra scrittori e intellettuali e il loro rapporto con la lingua italiana, equivoco nato nella seconda metà del ’900 e arrivato fino ai giorni nostri. Negli anni ’50, grazie alla televisione, la lingua italiana è diventata davvero la lingua degli italiani: una lingua viva parlata da tutti. Dopo secoli di pertinenza quasi esclusivamente letteraria, l’italiano è diventato la lingua madre di sempre più persone, fino a diventare lingua nazionale: si è così presentato agli occhi degli scrittori il demone della lingua parlata. La classe intellettuale, cresciuta a pane e scrittura, si è trovata di fronte a un uso della lingua incerto, impreciso, timido, elastico; fatto di parole svuotate di significato e di locuzioni pronte all’uso. C’è stata addirittura una seconda questione della lingua, fatta partire frettolosamente da Pasolini, e l’argomento ha continuato a interessare ogni scrittore: gli italiani parlano peggio di una volta. Già è tanto se parlano, risponderei io, viste le premesse.
La differenza è che una volta chi usava la lingua italiana la usava solo nella pace e nel tempo a disposizione che si ha davanti a uno scrittoio. Oggi tutti usiamo una lingua vera, viva, elastica e mutevole; e capita nelle conversazioni di tutti i giorni che quella lingua sia superficiale o imprecisa: perché non sempre abbiamo il tempo per essere impeccabili e perché linguisticamente dobbiamo esserci e rispettare le regole, tranne quelle volte in cui scegliamo il silenzio, anch’esso socialmente e semanticamente rilevante.
Prefazione. Nel post precedente abbiamo visto come ci sia un certo pudore nel trattare alcune parole “evidentemente” spinose. Non sarò stato certo il primo a notarlo (non sono a conoscenza di qualcuno che abbia mai realmente sollevato la questione, ed è strano, visto che i linguisti sono notoriamente dei cacacazzi capaci di discettare per anni su qualsiasi cosa abbia una forma linguistica), ma visto che mi sono trovato e continuo a trovarmi di fronte a dimostrazioni di arrossimenti e timidezza, giro il dito nella piaga e en passant continuo a rompere i coglioni. È un appunto insomma.
Ma che stamo ar mercato? Nell’introduzione a un documento di un progetto dell’Istituto di Linguistica Computazionale di Pisa (raccolta e annotazione di corpora di dialogo all’interno del progetto SI-TAL, mo è inutile e noioso da spiegare), tra i criteri di trascrizione (p. 15) troviamo questo punto:
Tradotto: le parole inintelligibili e gli insulti sono trascritti con asterischi. Ma perché? Ah beh, non c’è mica bisogno di spiegarlo, è dato per assodato che non si possano trascrivere insulti in un corpus che mira a raccogliere tutto quello che succede in alcuni tipi di interazione (uomo-uomo e uomo-sistema di dialogo automatico). Anche nella linguistica computazionale, uno dei settori più produttivi e moderni della linguistica, il moralismo sembra mietere vittime: gli insulti vanno trattati alla stregua di parole inintelligibili. Va bene, in teoria questi corpora dovrebbero avere risvolti applicativi, e uno potrebbe dire che gli insulti non sono funzionali per quelle applicazioni. Se fosse questa la motivazione introdurrebbe altre perplessità, innanzitutto la dubbia definizione della categoria lessicale “insulti”: scemo è stato trascritto? Scemotto? Cretino? E cazzo come imprecazione? Non si capisce. E se anche la motivazione fosse la scarsa funzionalità applicativa degli insulti: 1) dovresti spiegare il perché non siano funzionali (non mi risulta sia assodato) e non presentare ex abrupto il particolare criterio di trascrizione; 2) impedisci, a chiunque voglia usare quel corpus con un altro intento (magari di studio), di vedere cos’è realmente successo sotto gli asterischi bigotti: non si saprà mai se è stato detto «Mjiifp!» o «Brutto stronzo ti ammazzo!». Siamo alle solite: cercare di giustificare razionalmente una tale scelta è molto più complicato che non giustificarla razionalmente e motivarla dal punto di vista morale. Le parolacce non si dicono, punto e basta!
Una rivoluzione. Linguisti (e ingegneri, continuiamo a rimanere intorno alla linguistica computazionale) grandi e vaccinati non dovrebbero leggere certe cose, perché non sta bene. La conferma ce la dà, in questo libro (che tratta di dialogo uomo-macchina), Kerstin Fischer. La studiosa, nell’introduzione, si scusa per alcune cose, tra cui:
La studiosa si deve addirittura scusare per alcune parole offensive usate nei dialoghi raccolti e tradotte dalla studiosa stessa; si sente inoltre in dovere di giustificare e motivare tale scelte: «Ehy, calma rega’, stiamo solo trascrivendo alcune interazioni linguistiche, non c’è bisogno di offendersi». Insomma, siamo al paradosso: si possono censurare acriticamente e senza nessuna spiegazione delle parole ritenute offensive, mentre bisogna giustificare con tanto di scuse quando vengono trascritte.
Aò, e mica t’ho detto stronzo. Che poi: ma chi dovrebbe sentirsi offeso da alcune parolacce mentre sta studiando come funziona una lingua? Esistono? Dove stanno? Presentatemeli, voglio dargli tanti coppini! A volte mi verrebbe voglia di cogliere qualche linguista in flagrante e scuoterlo morettianamente, urlandogli in faccia che anche le parolacce sono importanti.
Dizionari e parolacce. Alle medie, le prime volte che portavo il dizionario in classe per il tema di italiano su indicazione del professore, non sapevo bene cosa farci. Una cosa la facevo sempre: cercavo cazzo, culo, fica, vaffanculo, ecc. Senza nessun proposito d’approfondimento: solo il gusto e il brivido di trovare su carta quelle parole che in famiglia erano censurate e che si trasmettevano principalmente per via orale. Tanto tempo dopo, studiando linguistica, ho imparato a guardare diversamente il dizionario (ci mancherebbe), sfruttandone ogni possibile uso: ortografia, pronuncia, contesti d’uso, registri, etimologie, anno di attestazione. Ma il dizionario, per la maggior parte delle persone, continua a servire principalmente a spiegare il significato di una parola. Spiegare.
Dizionari e sessualità. Non è sempre così. Per i termini relativi alla sessualità, ad esempio. Prendiamo il termine spagnola. Spagnola, nella sfera sessuale, è un tecnicismo: ha un significato univoco, vuol dire solo quella particolare azione, come osmosi in chimica o cross nel calcio; inoltre questa posizione, in italiano, non ha altri nomi. Un primo dato interessante è l’assenza da quasi tutti i dizionari: il monumentale “Grande dizionario italiano dell’uso” (1999, con aggiornamenti del 2003 e del 2007, vado a memoria e potrei sbagliarmi), lo “Zingarelli 2012″, il “Sabatini-Coletti” (mi pare di aver consultato quello del 2003), il “Garzanti” (2006). Già qua potremmo discutere sul perché una voce gergale di larga diffusione sia estromessa da quasi tutti gli strumenti lessicografici: è pudore? La conferma ce la dà l’unico dizionario che la presenta: il “Devoto-Oli 2012″, ‘s.f., gerg. – Coito intermammillare. Voce gergale. 1923′. Coito intermammillare. Non so a voi ma a me sembra una cosa molto brutta: se una ragazza prosperosa mi proponesse un coito intermammillare probabilmente rifiuterei, e se accettassi userei senz’altro il preservativo.
Definizioni semplici per pratiche sessuali semplici. La definizione non è sbagliata, effettivamente è un rapporto sessuale che si consuma tra i seni femminili; ma invece di spiegare il significato, lo complica, ammantando la definizione di una veste tecnico-medica. Certo, uno si può chiedere, prova te a spiegare spagnola su un dizionario senza cadere nel triviale. Per trovare una spiegazione semplice, cristallina e tutt’altro che volgare ci viene in aiuto il pregevole “Dizionario del lessico erotico” di Valter Boggione e Giovanni Casalegno che definisce spagnola: ‘Pratica erotica consistente nel sollecitare il pene facendolo scorrere nel solco tra le mammelle’. Ora sì che mi piace.
Continuo a farmi da avvocato del diavolo: vabbe’, quello è un dizionario generale, e quell’altro un lessico specialistico, per forza lo spiega meglio. Ma la ragione non è metodologica, e per dimostrarlo basta fare dei confronti interni. Prendiamo altri tecnicismi, di altre sfere semantiche, per esempio i già citati cross e osmosi:
Cross: ‘Nel tennis, il colpo diagonale; nel calcio, il traversone verso il centro dell’area di rigore effettuato dalla zona laterale del campo; nel pugilato, colpo che arriva di lato sul bersaglio’
Osmosi: ‘Fenomeno per cui si ha un flusso di solvente (in genere acqua) tra due soluzioni separate da una membrana semipermeabile; il fenomeno è generalmente dovuto a differenze di concentrazione, e in tal caso il solvente fluisce dalla soluzione meno concentrata a quella più concentrata, ma può anche essere determinato da differenze di potenziale elettrico tra due elettrodi immersi nelle due soluzioni (elettrosmosi), o da differenze di temperatura (termosmosi)’
E sono solo due esempi, basta aprire il dizionario a caso per trovarne a non finire. Evidentemente una parola gergale (ma dipende dai punti di vista, nel sesso è un tecnicismo) non è degna di spiegazioni lisce e trasparenti, anzi, bisogna raggiungerne il significato arrampicandosi su dei tecno-eufemismi. Come se il cross fosse glossato con ‘traversone centripeto’.
Spagnole in Spagna. Per onorare la bravura delle iberiche in questa pratica (oh, è etimologia: comunque in ogni parte del mondo è chiamata diversamente, qua c’è una una lista non so quanto affidabile) facciamo un raffronto con lo spagnolo (ringraziando Valentina per le informazioni bibliografiche). In Spagna, logicamente, non si chiama española, bensì cubana. Né sul “RAE” (dizionario della Real Academia Española) né sul “Clave” c’è, la troviamo invece sul “Lema” (conosciuto in Italia come “Vox Mayor”), con la glossa: ‘Práctica sexual en la que la mujer masturba al hombre colocando el pene del éste entre sus pechos’. Lineare, semplice, cristallina.
Insomma, la maggior parte dei dizionari non presenta il termine (e la scelta è molto discutibile, essendo un termine piuttosto comune); al contrario, il Devoto-Oli dopo aver cacciato il pudore dalla porta lo fa rientrare dalla finestra. Parlare di moralismo forse è eccessivo, pudore va benissimo. La domanda è: una disciplina (la lessicografia) con velleità scientifiche e con propositi documentari e didattici può essere pudica? L’esame della prostata, per caso, te lo fanno passando dalla bocca perché un dito in culo “è un po’ volgarotto”? Insomma, fa un po’ ridere che linguisti esperti che giustamente criticano vizi italiani come il “burocratese”, colpevole di mascherare parole semplici con parole considerate più “alte” (complicando la comprensione), cadano in un “pudorese” definendo coito intermamammillare una pratica semplice (e piuttosto piacevole) come la spagnola.
Come quasi tutti i romani sapranno, nella capitale gli pseudonimi con cui si appella la squadra avversa sono Lazzie (o Lazie) e Riomma. A scientifica distanza dal derby, è giunto il momento di colmare la lacuna linguistica sulla formazione (diversa) delle due storpiature.
Mimetismo di Lazzie. La storpiatura del nome della squadra biancoceleste ha solide basi mimetico/fonologiche: la sonorizzazione dell’affricata è resa nella maggior parte delle attestazioni con <zz> (per distinguerla dalla <z> sorda del nome originario; nell’altra rappresentazione grafica <z> si preferisce mettere in risalto il suono dolce, che potrebbe non essere reso dalla doppia), mentre la <e> finale rappresenta ragionevolmente la vocale indistinta finale, tipica del sud del Lazio. La storpiatura rappresenta quindi una resa mimetica del tifoso laziale, fonologicamente precisa e consonante all’epiteto di “burino”, con cui sono appellati da parte romanista.
Riomma: una questione complessa. Riomma è più difficilmente decifrabile: non ci sono ragioni fonologiche, essendo i fenomeni rappresentati sconosciuti all’area in questione. Per questa ragione penso sia una formazione di tipo analogico, occorre quindi provare a fare luce sulla storia della parola. È fondamentale innanzitutto fare qualche ipotesi diacronica su quale termine sia nato prima. Da un punto di vista meramente quantitativo possiamo vedere, tramite un veloce ricerca su Google (non avendo trovato i termini nei lessici dialettali e nelle carte dell’AIS), come Lazzie e Lazie siano assolutamente dominanti su Riomma (180mila e 452mila contro 38.800); numeri indicativi ma che vanno senz’altro presi con le molle, essendo il risultato viziato dalla maggior presenza di tifosi romanisti rispetto a quelli laziali. Non dandoci per vinti, andiamo a vedere le testimonianze coeve: nel corpus YA (Yaus Answeri) troviamo un interessante commento di un contemporaneo.
Lasciando da parte le tenere considerazioni prescientifiche del Palot311, un altro tassello (di parte, bisogna precisarlo) s’inserisce nell’intricato puzzle: apparentemente, Lazie/Lazzie è venuto prima di Riomma (come potrebbero anche confermare i dati quantitativi, se presi alla lettera).
Reazione analogica. Quanto ipotizzato sulla formazione analogica (quasi certa) sembra essere confermato dalla cronologia e dal peso quantitativo (fondamentale per le formazioni analogiche) del corrispondente Lazie/Lazzie. La formazione analogica, in questo caso, ha regolarizzato l’assenza, nel quadro semantico, di una storpiatura del nome dell’avversario, già esistente invece per la squadra biancoceleste. Bisogna tuttavia notare che non sono stati realizzati sensati mutamenti fonologici e Riomma pare essere il frutto di una superficiale e frettolosa storpiatura: chiameremo questo fenomeno “rosicamento linguistico“.
Un blog di linguistica. Sì, di linguistica: l’obiettivo dovrebbe essere quello di usare la linguistica al di fuori della rigidità accademica, in maniera più sciolta, attuale e anche divertente; applicarne gli strumenti a quello che si legge o sente ogni giorno, in maniera seria e talvolta cazzona. Le sfuriate linguistiche (provocate da giornali, dichiarazioni, pubblicità, ecc.) avranno uno spazio più ampio del mio cervello e della cerchia dei miei amici e dei miei colleghi; così sarà per le facezie e i cazzeggi, nobili nella stessa misura, a cui si arriva per forza (se non si è malati) studiando una disciplina che descrive e spiega una cosa che usiamo ogni giorno; così sarà (non mi veniva un’altra espressione, sì, c’era “allo stesso modo”, ma è ridicola e io non ho tempo da perdere) per la descrizione dei linguisti, gente alienata capace di interrogarsi sull’usus nelle situazioni meno opportune, e delle perversioni linguistiche di questi. Questo non vuol dire che non parlerò anche d’altro, i programmi sono fatti per essere modificati, e poi aò, mica me pagano.
Il titolo. Mi è stato suggerito da lui a botta sicura, dopo che son stato mesi a scervellarmi tra titoli pretenziosi come “Saussure era un coglione” e titoli più attenti ai lettori come “Linguists naked”. Riprende il più noto Cours, riesce a mettere in risalto la natura dell’approccio, tra il puntiglioso e l’incompleto, è perfetto.
Il sottotitolo. Fa da contraltare alla frivolezza del titolo, è una citazione di una citazione: frase detta dal conte Moltke in un processo per diffamazione contro il giornalista Maximilian Harden e riportata da Karl Kraus nella sua invettiva contro il giornalista. Mi sembra adatta all’attuale contesto mediatico e linguistico, o forse a qualsiasi contesto mediatico e linguistico: il contenuto e la pacatezza contro la forma e le urla; le parole ragionate contro le parole irrazionali, usate senza criterio. In genere vincono le seconde, ma mica bisogna dargli vita facile.
Postilla. Ho riflettuto a lungo sull’apertura di un blog (lei, altra persona che mi ha aiutato e a cui prevedibilmente romperò le palle, lo sa bene), così a lungo che mi ero scordato la password senza nemmeno aver ancora pubblicato un post. I dilemmi sono i soliti: la gente scrive troppo, la gente scrive sempre le stesse cose, non ho costanza e tanto fallirà e allora perché aprirlo. E allora de che stamo a parla’? La risposta “C’è talmente tanta gente stupida che scrive, che io non sarò il più stupido” non mi soddisfa. Preferisco ammettere il tentativo di sviluppare qualcosa, oltre l’asfissia dei pochi caratteri che offrono i social network, degli ambienti accademici e della disciplina. Uno ce prova.