Populismo secondo il dizionario di Dario Fo. Dario Fo, ormai tra gli intellettuali di riferimento del Movimento 5 Stelle, è intervenuto ieri sul blog di Beppe Grillo per sottolineare la diversità di Beppe Grillo e del suo movimento rispetto ai vecchi partiti e ai politici. “Che c’entra la linguistica?” direte voi, beh, la parte iniziale dell’intervento è dedicata al linguaggio e al significato delle parole, in particolar modo al reale significato della parola populismo:
«Molti mi scrivono e mi telefonano, addirittura c’è chi mi ferma per strada, chiedendomi: “Ma non le pare che Grillo, a parte il suo talento, sia di fatto un populista?” “Fermi tutti – rispondo – voi sapete che significato abbia l’espressione populista?” Il dizionario dice che populista è colui che intende migliorare la posizione del popolo permettendogli di sfuggire alle violenze della classe dominante, ai ricatti e allo sfruttamento. Quindi è un termine positivo completamente opposto all’altro termine: demagogo.»
Populismo secondo i dizionari della ggente. Purtroppo non ci è concesso sapere su quale dizionario Dario Fo abbia trovato questa definizione, parla semplicemente del “dizionario” (quasi fosse un’entità astratta e divina, contenente la verità sul lessico e sul linguaggio). Come abbiamo visto altre volte, il dizionario è un repertorio di parole contenente le accezioni correnti e passate delle parole, secondo l’uso comune, letterario e specialistico. Senza dilungarmi troppo, riporto le accezioni di populismo secondo i dizionari italiani più importanti (in tutti i dizionari per la definizione di populista si rimanda a populismo).
DE MAURO – GRANDE DIZIONARIO ITALIANO DELL’USO: 1. Tecnico-specialistico (storico), movimento politico e culturale sorto in Russia nel XIX sec., precedente al diffondersi del marxismo, che teorizzava il dovere degli intellettuali di porsi al servizio del popolo attraverso l’attività di propaganda rivoluzionaria volta a ottenere un miglioramento delle condizioni delle classe più povere 2. Tecnico-specialistico (politico), spregiativo, atteggiamento politico di esaltazione velleitaria e demagogica dei ceti più poveri. 3. Tecnico specialistico, (arte, letteratura), rappresentazione idealizzata del popolo in quanto considerato come depositario di valori etici e sociali.
ZINGARELLI: 1. Movimento politico russo della fine del del XIX sec., che aspirava alla formazione di una società socialista di tipo contadino, contraria all’industrialismo occidentale. 2. (per estensione) Ideologia caratteristica di movimento politico e artistico che vede nel popolo un modello etico e sociale. 3. (spregiativo) Atteggiamento che mira ad accattivarsi il favore popolare mediante proposte demagogiche, di facile presa.
SABATINI-COLETTI: 1. Atteggiamento o movimento politico tendente a esaltare il ruolo e i valori delle classi popolari medio-basse. 2. (spregiativo) Atteggiamento volto ad assecondare le aspettative del popolo, indipendentemente da ogni valutazione del loro contenuto, della loro opportunità, sinonimo: demagogia. 3. Movimento rivoluzionario russo della fine del sec. XIX, anteriore al diffondersi del marxismo, che propugnava l’emancipazione delle classi contadine e dei servi della gleba, attraverso la realizzazione di una sorta di socialismo rurale, da opporre alla società industriale dell’Occidente. 4. In ambito artistico, raffigurazione idealizzata del popolo, presentato come modello etico positivo.
Insomma, senza fare giri di parole tipici di vecchi politici e professoroni, Dario Fo ha detto una grande stronzata. Una delle accezioni della parola ha valore spregiativo e vuol dire proprio ciò di cui si può accusare Grillo (a prescindere da valutazioni politiche) se lo si vuole accusare: un atteggiamento che mira ad accattivarsi le simpatie del popolo con proposte di facile presa, sinonimo di demagogia. Insomma, non è vero che il significato della parola è solo quello che dice Fo, anzi, anche nelle accezioni non spregiative si trova un valore al massimo neutro: è un atteggiamento che mira a esaltare il popolo, ma questo non implica automaticamente il desiderio di migliorarne le condizioni (al contrario della spiegazione robinhoodiana del drammaturgo).
Pedanteria lessicale?. Potremmo finirla qua, Dario Fo è vecchio, ha detto una stronzata e via. E invece è lo stesso Dario Fo che puntualizza su quanto sia importante conoscere il significato delle parole:
«Ora, è buona norma quando si attribuisce un comportamento a qualcuno, specie verso Grillo [??? ndr], conoscere il significato del termine che si usa. Attenzione, questa mia non è una banale pedanteria lessicale, ma qualcosa che impone una seria attenzione alla conoscenza del linguaggio. Quindi è un valore che impone un atteggiamento molto serio, specie in un confronto dialettico corretto.»
Linguisti contro la casta. Anche la nostra non è banale pedanteria lessicale: usare la propria posizione di intellettuale per spiegare in maniera infondata una parola è scorretto e disonesto. Già altre volte abbiamo denunciato una certa propensione di alcuni intellettuali a sentirsi unici custodi della lingua, a denunciarne vizi e malvezzi: quando invece la lingua sta piuttosto bene e grazie a Dio è di tutti. E se non vi volete fidare della casta di chi vi dice qual è il significato delle parole, aprite un dizionario e credete ai linguisti, per i quali non conta se sei Dario Fo o Massimo D’Alema: di fronte a una falsità saranno sempre pronti a dedicarvi un sonoro vaffanculo.
Fate girare.
Per trasparenza: il DE MAURO-GRADIT è del 1999, lo Zingarelli del 2003, il Sabatini-Coletti del 2003. Ho anche consultato il Devoto-Oli 2012, importante al pari degli altri, ma non lo ho al momento con me e quindi non ne ho riportato la definizione. Dario Fo ha senza dubbio consultato il Kasta 2010.
I commentatori tecnici della Rai, quelli che dovrebbero rinforzare la telecronaca con dei pareri, appunto, tecnici (interpretando schemi, movimenti, ecc.) sono stati oggetto, in questi Europei, di continui sberleffi e prese in giro da parte di chiunque: su tutti Aldo Grasso, il quale afferma di non aver mai sentito tante banalità sul calcio. Da buon linguista, seppur particolare, non ho potuto accettare la categoria “banalità” per descrivere un uso linguistico; ho quindi abbandonato l’approccio moralistico e mi sono chiesto: qual è la natura di queste “banalità”? E sopratutto: se è vero, come fa un commentatore a tenere botta per tutta la partita, dando l’idea di stare commentando, senza dire nulla di assolutamente rilevante? Insomma, come si commenta senza commentare?
Metodo
Per questo, impugnando le Massime della Conversazione di Paul Grice, mi sono visto gli highlights di Francia-Spagna e Repubblica Ceca-Portogallo (d’ora in poi indicate con FS e RCP), commentate rispettivamente da Vincenzo D’Amico e Fulvio Collovati; le partite sono state scelte sulla base di un unico criterio scientifico: non me l’ero viste. Gli esempi sono leggermente rielaborati, solo per evitare che le naturali inesattezze e incertezze del parlato incidano sulla comprensione dei fenomeni rilevanti (sottolineati).
Analisi
La strategia più semplice e più usata (la noterete praticamente in tutti gli esempi) è quella con cui il commentatore, spesso in consonanza con il replay dell’azione, descrive esattamente quello che è successo; viene così violata la Massima della Quantità (“Non essere reticente o ridondante”): sia rispetto a quanto detto precedentemente dal telecronista (che ha già descritto l’azione), sia rispetto al replay dell’azione stessa. Per attenuare la violazione, la descrizione viene enfatizzata con un innalzamento d’intensità vocale, un simulato affanno e interiezioni:
[FS - 19'] Evvai! Un goal fantastico per come è stato preparato: Xavi per Alba che è andato sulla fascia, anche favorito da uno svarione di Reveillere [in realtà Debuchy], è andato sulla fascia, ha guardato, ha crossato e Fabregas, eh scusa, Xabi Alonso è stato bravissimo a indirizzare la palla verso la porta.
Collovati, inoltre, segnala esplicitamente la ridondanza, appoggiandosi al replay e dando così l’idea che il suo ruolo sia proprio descrivere il replay. Vengono quindi molto usati i verbi legati al ‘vedere’, rivolti agli spettatori e al telecronista (come noterete anche in esempi successivi a questi due):
[RCP 25' - si parla di un'azione di Cristiano Ronaldo] Fallo, ha fischiato fallo. Però visto che bella azione che ha fatto, è questo che teme la Repubblica Ceca, quando parte in velocità, serve palla, va a ricevere il passaggio, quando decide di partire sembra avanzare in punta di piede sul campo, cerca improvvisamente, vede la porta, e d’istinto, in questo caso ha fatto fallo però il portiere aveva parato, fa segno, fa segno, ho fatto fallo, vedi che fa segno.
[RCP - 46'] [...] guarda che stacco ha fatto Hugo Almeida, ha sbagliato completamente l’impatto col pallone.
Ampiamente presenti i casi in cui viene violata la Massima della Relazione (“Sii pertinente”). Questo avviene ad esempio con la descrizione della “potenzialità”, in cui non si commenta ciò che è stato, ma ciò che sarebbe potuto accadere o ciò che il commentatore avrebbe voluto accadesse. Viene evitato così un qualsiasi terreno di verificabilità e criticabilità:
[FS - 29'] E qui non mi aspettavo il tiro di Iniesta, pensavo che facesse finta di andare al tiro per far allungare inutilmente l’avversario, e invece qui, purtroppo per lui, è stato bravo a prenderlo [il difensore].
[RPC - 46'] Beh devo dire che qui ha fatto una cosa da fuoriclasse, ha fatto tutto bene, stop di petto, si è liberato, guardate, stop di petto si è liberato con un colpo di classe del suo diretto controllore, ha calciato di prima, probabilmente sarebbe stato goal, veramente avrebbe meritato questa soluzione.
Un altro caso in cui viene violata la Massima della Relazione è quando il commentatore, invece di rendere conto dei movimenti e delle scelte dei giocatori, si concentra sul lato umano, descrivendone le ragioni psicologiche che dovrebbero sottendere ai comportamenti o le emozioni successive a un’azione:
[FS - 51'] Si è fatto prendere dall’entusiasmo, vista la serata, la partita, la partita che sta giocando a grossi livelli ha provato la giocata, ma era davvero troppa la distanza.
[RCP - 80'] E mi sembra un vantaggio meritato, guardate la sua soddisfazione, bacia la telecamera, prima abbiamo visto lo sconforto di Bilek, ma è un vantaggio assolutamente meritato ed è giusto che abbia fatto goal lui, è stato il miglior uomo in campo del Portogallo, guardate, quando sono arrivati i cross dal fondo, finalmente il Portogallo si è fatto sentire, salta a vuoto Hugo Almeida, ma nell’impatto c’è poi Cristiano Ronaldo.
Il momento più difficile è quando il commentatore deve interpretare un fallo e le relative sanzioni: è infatti l’unico momento in cui una presa di posizione è realmente verificabile e criticabile. In questi casi viene spesso violata la Massima del Modo (“Non essere ambiguo”), violazione di cui è maestro Vincenzo D’Amico:
[FS - 6'] Lo carica, lo carica, è vero, ma mi è sembrato troppo leggero il fallo, mi sembra che Fabregas si sia buttato un po’. A rivederlo non l’avrei dato, in diretta sì.
[FS - 31'] Mi sembra abbia fatto ostruzione, si è fermato però, mah, è stato più quello che sembrava un fallo ma non mi sembra che ci sia stato.
Conclusioni
A fronte dell’analisi sembra delinearsi una variegata “pragmatica del non saper cosa dire”: le “banalità” sono, nello specifico, violazioni delle massime conversazionali, che, se rispettate, mostrerebbero probabilmente una scarsa competenza in ambito calcistico. Quando non si sa cosa dire, nella vita di tutti i giorni, si sta zitti o si parla della Roma, ma con queste strategie il commentatore non potrebbe definirsi tale, né come figura sociale, né come persona stipendiata. Invece, da una parte il commentatore tecnico parlando rende manifesta la sua presenza e soddisfa così la funzione fatica del linguaggio; dall’altra, aiutandosi con la ridondanza, la non rilevanza e l’ambiguità (ed evitando quindi qualsiasi enunciato che possa evidenziare la scarsa competenza) può parlare della partita e guadagnarsi il ruolo sociale di “esperto calcistico”. Insomma, a fronte dell’incompetenza sportiva, siamo in presenza di abili oratori che sembrano conoscere bene i meccanismi della comunicazione.
È stato diffuso un interessante documento nel quale la showgirl Sara Tommasi presenta una dichiarazione scritta di suo pugno in relazione a un presunto film porno in cui apparirebbe come attrice. Sul web si sono scatenati gli sberleffi per l’oscurità del documento, addebitata a presunte deficienze scrittorie di Sara Tommasi, deficienze evidenziate dall’incomprensibile contesto pragmatico del documento: cosa vuoi dimostrare? A chi parli? In realtà un’analisi testuale più rigorosa svela una mirata strategia retorica connessa al fine del suddetto documento. Il testo autografo dovrebbe essere al riparo da revisioni editoriali e potrebbe, inoltre, dirci di più sullo stile scritto delle showgirl italiane.
Il testo si può dividere in due blocchi: una dichiarazione (composta da lungo periodo che arriva al terzo grado di subordinazione) e un auspicio che apparentemente non c’entra un cazzo.
Per dare forza alla propria dichiarazione Sara Tommasi inizia usando la formula dell’autocertificazione, tant’è che si entra subito in medias res con un “Io Sara Tommasi dichiaro che“: la subordinata oggettiva è retta da un verbo di forte impatto performartivo come “dichiarare“, il quale assegna subito un valore ufficiale a quanto verrà detto dopo. La denominazione del regista (?) segue l’ordine cognome + nome, “De Vincenzo Federico“, ancora a sottolineare l’ufficialità dell’atto e la distanza (giuridica e umana) dal soggetto in questione dalla showgirl (i rispettivi codici fiscali avrebbero dato più forza all’accusa).
Dopo l’esplicitazione dei soggetti coinvolti e del tipo testuale, si passa velocemente dal registro formale al registro informale. Viene abbandonato lo stile formulare dell’introduzione per un uso più informale e connotativo, un dico/non dico a cui ci hanno abituato i più abili retori: ”mi ha somministrato della droga“. Risalta l’uso del partitivo “della” associato a un termine generico come “droga“. Quale droga? In quali quantità? Non è rilevante, come vedremo, per le intenzioni pragmatiche: le droghe fanno tutte male e fanno tutte girare porno.
Dalla collocazione temporale vediamo che il problema non è affatto girare un porno, attività artistica riconosciuta: la showgirl infatti aggiunge “durante le riprese di un video porno girato illegalmente in Italia, precisamente il 3 giugno 2012“. La droga è stata somministrate “durante le riprese” di un film che stava già girando: porno e droga sono distinti. L’accusa riguarda la droga tutta: signor De Vincenzo Federico io la accuso di somministrare droga. Ma il problema è la droga fine a sé stessa? No.
Il secondo blocco testuale fornisce l’ultimo tassello per comprendere l’oscuro autografo: “Mi auguro che il mercato della pornografia cessi di esistere!!!“. Incoerenza? Si sarebbe dovuta scagliare contro la droga, vista l’inequivocabilità del primo blocco, invece si scaglia contro la pornografia. Ma attenzione: non contro la pornografia, bensì contro il “mercato della pornografia“. Contro l’asservimento a bieche logiche di mercato che fanno del porno uno strumento per far soldi: come avviene il passaggio da arte a denaro? Come si convincono gli artisti a diventare strumenti per far soldi? Semplice: con la droga. Ed ecco che l’accusa risuona con vigore una volta completato il cerchio: il signor De Vincenzo Federico somministra droga per far soldi. Il documento si chiude con un formale finale epistolare: prima un “grazie” (all’ipotetico lettore), un “cordiali saluti” (sia mai che prende troppa confidenza, l’ipotetico lettore) e la firma.
Insomma, siamo ben lontani dalle deficienze scrittorie e dall’analfabetismo testuale: una cornice ufficiale entro cui si innesta un j’accuse più elastico e incisivo, dalla straordinaria coerenza interna, al riparo da formalismi che spesso non fanno altro che attenuare il vigore. Il documento costituisce in questo uno straordinario esempio dello stile retorico più in voga attualmente, quello che in linguistica è detto “buttarla in caciara”.
Grazie. Cordiali saluti.
Ho deciso di cominciare a riportare brevi passi o semplici frasi che riguardano il nostro rapporto (o il rapporto di altri) con la lingua e le strutture della lingua, a volte commentandoli, altre volte no. Attività oziosa? Per me no, il sottile filo conduttore è lo stesso che lega ogni post del blog (dal più serio al più cazzone): non scordarsi mai che la lingua la usano e la fanno gli esseri umani.
Il primo passo che riporto è il finale di una lettera-dedica-prefazione che scrisse Leo Spitzer (linguista? critico letterario? “stilista”?) a Meyer-Lubke, un altro linguista; lettera che accompagnava il suo lavoro sul dialogo nella lingua italiana, anticipando di decenni la pragmatica: Italienische Umgangsprache (ed. it. Lingua italiana del dialogo). Non c’è molto da dire, anzi qualcosa si potrebbe anche criticare, per questa marcata contrapposizione tra eloquenza e azione. Ma è un passo scritto allo scoppio della Prima Guerra Mondiale: e tutto quello che si riesce a scorgere è l’utopia di chi crede che l’attenzione per la comunicazione possa essere, se non sufficiente per cambiare qualcosa, quantomeno necessaria.
«Forse in questi giorni in cui l’Europa tutta è scossa dal fragore della guerra e gli uomini sembrano potersi intendere soltanto a suon di cannoni, di mitraglie e di mine, conviene ricordare che esiste un altro mezzo con cui ognuno di noi è dato di comunicare all’altro qual è il proprio volere e all’altro di poterlo contestare, un mezzo invero non inerme, ma relativamente innocuo e assai sottile. E farne menzione qui, nella brutalità della violenza, può forse ravvivare la nostalgia per un’interazione basata sul dialogo, sul dire e sul replicare, sullo scambio nobile dei mezzi intellettuali del discorso, ricordando così, di fronte al pathos dell’azione, l’eloquenza della parola.»
Traccia per un tema di italiano: «La morte. Purtroppo è sempre stata tra i “fenomeni naturali” più diffusi. Parla di questo strano fenomeno che procura solo dolore per le persone che ci stanno accanto e di un avvenimento che spieghi le emozioni che hai provato in quell’occasione».
Svolgimento: «Purtroppo la morte è uno dei tanti fenomeni più diffusi, sin dalla preistoria»
(da Luca Serianni – Giuseppe Benedetti, Scritti sui banchi. L’italiano a scuola tra alunni e insegnanti, Carocci, 2009)
Lasciando da parte la spassosa traccia, che riesce ad adombrare l’altrettanto spassososo incipit dell’alunno (che ha come scusante la riproposizione della traccia), vi sarà senz’altro capitato di iniziare un tema in maniera simile. Qual era il miglior escamotage per iniziare un tema a scuola e allontanare lo spettro della pagina bianca? Beh, centralizzare subito l’argomento, nobilizzarlo. E allora giù di “Il più grande problema”, “Sempre più spesso si parla”, “Uno dei più grandi problemi al giorno d’oggi”, “Il più importante”, ecc.
Le tracce molto generiche, unite all’oggettiva difficoltà di avere un’opinione precisa su argomenti universali (la fame nel mondo, la guerra, la morte, l’ambiente), portano lo studente a scrivere qualcosa tanto per scrivere, delegando la forza del testo alla forma. Insomma, il classico tema d’italiano ha problemi intrinseci che, in parte, possono, se non giustificare uno studente, almeno concedergli delle attenuanti: scrivere senza sapere è possibile, ma non certo a quell’età.
Stupisce molto più trovare meccaniche simili in articoli di giornale. Oggi, 8 marzo, festa della donna, non si può fuggire dai soliti articoli, editoriali, inchieste sulle donne, sulla violenza sulle donne, sulle donne e il lavoro, ecc. Ed ecco che spunta fuori un articolo, sull’Espresso, con un esordio ai limiti del grottesco, formalmente identico al classico tema scritto senza sapere nulla dell’argomento. Lasciando da parte il titolo, su cui ho dei dubbi di gusto (ma il gusto e la linguistica, come abbiamo visto, non vanno tanto d’accordo), l’articolo inizia così:
«Se Laura sappia o meno che l’omicidio è la causa principale di morte per le donne, non glielo leggi in faccia.»
Leggendo questa frase sembrerebbe che l’omicidio superi quantitativamente i decessi per malattie, tumori, infarti, incidenti stradali, ecc. Il che è ridicolo anche per chi non ha dati alla mano (tipo me). Ma le attenuanti che si concedono a uno studente, non si possono concedere a una giornalista: siamo di fronte a una frase che non solo è altisonante quanto l‘incipit di un tema scolastico, ma è sbagliata. Spettacolarizzazione o sciatteria? Propenderei per entrambe le cose, come può testimoniare il virgolettato al lato:
«Delle 127 donne che hanno perso la vita nel 2010, 114 sono state uccise da membri della famiglia, di cui 68 erano partner della vittima, mentre 29 ex partner»
Virgolettato che, oltre a essere impreciso nel testo (“perdere la vita” non è unicamente riconducibile all’omicidio, ma il significato si può dedurre dal contesto, è vero, e non starò qua a misurarmi con esercizi leziosi), oltre a essere sbagliato fuori contesto, testimonia quella voglia di colpire il lettore che prevalica la semplice precisione linguistica (bastava scrivere “uccise”).
Vabbè, direte, che un articolo miri soprattutto a colpire, per quanto sbagliato, è cosa comune. Oggi mi sento buono e lascerò pure stare la competenza linguistica dei giornalisti: ma bisogna puntualizzare con voce ferma, innanzitutto, che una frase sbagliata, in un articolo di giornale, è una frase sbagliata, a prescindere dalle scusanti pragmatiche. Poi, che a forza di spettacolarizzare tutto non si spettacolarizza niente: a questo punto mi aspetterei proteste formali da parte di associazioni di donne vittime della strada o a favore della prevenzione per il cancro al seno. Infine, che una giornalista che inizia un articolo come un qualsiasi studente di terza media, quello no, per quanto permissivi, non si può proprio accettare.
“Battersi in difesa della lingua è molto più importante che battersi per la abolizione o la conservazione dell’articolo 18.” (Pietro Citati, 15/02/2012)
A giudicare dal recente elzeviro di Pietro Citati (segnalatomi da Diego), l’obiettivo principale di alcuni intellettuali, quei «molti che hanno scritto intorno alla salute della lingua italiana», è avere un popolo che si concentri sul congiuntivo e sul bel parlare, e chiuda un occhio sul vil danaro e sulla propria condizione economica e sociale. Insomma, stare in cassa integrazione potrebbe essere un bella occasione per riprendere in mano qualche polverosa grammatica purista e dare una ripassata a quelle regole che permetterebbero «di parlare e di scrivere secondo natura e tradizione» della nostra lingua.
Potrei continuare a strumentalizzare questa frase, ma non lo farò: facciamo finta che sia una provocazione (e facciamo finta che esista una confine netto tra provocazione e cazzata). Quello che manca, in questo editoriale, è un qualsivoglia impianto teorico che sorregga le affermazioni; affermazioni di una banalità sconcertante, che potrebbe scrivere un liceale, in piena estasi umanistica, che ancora non sa che si è continuato a scrivere belle cose anche dopo Leopardi.
Innanzitutto “una natura della lingua” non esiste: o meglio, esiste nel momento in cui quella lingua è parlata da un certo numero di persone. Ma sono le persone che le danno forma, e quella natura può variare: altrimenti staremmo ancora parlando latino. E il variare della natura non comporta una perdita di intelligenza o di capacità espressiva: mi sembra che Dante abbia partorito la Divina Commedia, mentre tutto il mondo intellettuale ancora scriveva in latino (gli storici della lingua mi concedano di andare con l’accetta). Primo punto da tenere a mente: la mutevolezza della lingua (dovuto a un uso continuo di un codice che tra le proprie regole ha proprio il non poter essere immobilizzato) non comporta altro che il mutamento della lingua. A questo non corrisponde una perdita di intelligenza dei parlanti o di bellezza. Questo non vuol dire che si debba essere totalmente lassisti nell’educazione linguistica, ma facciamo che di questo ne parliamo un’altra volta, perché è lungo e perché Citati si lamenta e basta, senza fare il minimo accenno all’istruzione.
Andiamo avanti: Citati dice che stiamo perdendo forme, costrutti, parole. Tra questi il congiuntivo, vero feticcio dei predicatori linguistici (leggetevi questo libro), principale sintomo dello sfacelo in cui versa questo povero popolo dannato. Prima di tutto non è vero, né è recente la sua alternanza con l’indicativo, come ricorda Luca Serianni:
«[...] il congiuntivo non è morto, né è recente l’assedio postogli dall’indicativo: dopo una completiva l’indicativo è spesso una semplice alternativa colloquiale, possibile fin dal XIV secolo, e per un’ipotesi irreale nel passato l’uso è antico e ben acclimatato persino in poesia.» (Prima lezione di grammatica, p. 54)
Quindi, evitando perifrasi stantie che tanto annoiano il nostro elzevirista, possiamo dire senza remore che Citati ha detto una grande cazzata. Ma poi, volendo andare più a fondo, se il congiuntivo morisse non è che verrebbe sostituito da versi scimmieschi, portandoci a non poter più esprimere determinati pensieri: verrebbe semplicemente sostituito da altre forme, magari di natura diversa, capaci di esprimere lo stesso rapporto che c’è ora tra i due modi verbali. Però Citati vuole definitivamente rendere palese la sua incompetenza linguistica precisando che è una questione di «fascino», e non di uso: ma la bellezza (parametro prescientifico in linguistica) non ha quasi nessuna voce in capitolo nei cambiamenti di una lingua, lingua che usiamo tutti i giorni fondamentalmente perché ci serve per fare le cose, e non per sbrodolarci e masturbarci su belle forme (toh, la solita confusione tra lingua scritta e lingua parlata).
Come è usuale tra questi solenni predicatori, l’articolo finisce in completa caciara. Prima ci si contraddice («la nostra lingua si imbruttisce non per via della sua progressiva povertà»), tenendo comunque ben presente che la povertà è progressiva, e che prima si parlava meglio; poi si attacca la lingua in maniera strumentale: ovvero lamentandosi di espressioni che (per quanto brutte) sono peculiari unicamente di alcuni sottocodici (politico, giornalistico, ecc.) e non della lingua in generale (al bar non ho mai sentito parlare di «staccare la spina a Luis Enrique» ma di «mannallo via»); infine ce la si prende con un segnale discorsivo (in qualche modo) tipico del parlato e della cui importanza abbiamo già parlato ampiamente. Vi prometto che prima o poi scriverò una ricetta perfetta per scrivere un editoriale scemo che parli di lingua italiana.
Insomma, così come guardare partite di calcio non fa di te un allenatore, saper scrivere bene e occuparti di letteratura non fa di te un linguista. Anzi, è proprio il continuo contatto con la letteratura e il bello stile che svia lo sguardo dalle funzioni principali di una lingua, e dalla sua bellissima e caratteristica mutevolezza, che fa di ogni parlante un potenziale e inconsapevole creatore.
Un post al volo per segnalare una cretinata. Ieri è stata diffusa l’intervista a un giornale ceco, di un anno fa, in cui il comandante della Costa Concordia, Francesco Schettino, dichiarava che non avrebbe mai voluto essere il capitano del Titanic. Non so chi per primo l’abbia riportato in italiano, comunque il giornale ceco, secondo i giornali italiani, è il “Dnes Quil” (lo screenshot seguente è preso da Repubblica):
Sembrandomi piuttosto assurda un’intervista di un giornale ceco a un comandante di Costa Crociere, mi sono messo a cercare il “Dnes Quil” su Google: trovando solo risultati da giornali italiani, già pregustavo la scoperta della bufala. Purtroppo (per quei cinque minuti persi) il giornale ceco esiste realmente, solo che si chiama semplicemente “Dnes” (in italiano ‘Oggi’). E allora da dove esce fuori il Quil che tutti i giornali riportano? Beh, dalla traduzione frettolosa della notizia in francese (evidentemente precedente a quella italiana):
Non è certo una tragedia, non viene distorto alcun contenuto, e non sarà certo questo, tra i mille sintomi, a mostrare la superficialità con cui vengono spesso trattate le “notizie”. Limitiamoci a indicare tronfi e ridere della gaffe, sintomo di semplice sciatteria: così come rideremmo di un ricco e pretenziosamente elegante signore, con un vistoso buco sul cavallo dei pantaloni.
Predicatori linguistici. Guardatevi sempre da chi vi dice come dovete parlare. Non sto parlando di alfabetizzazione o rispetto della norma, ma di stile, e di quegli intellettuali che credono fermamente che migliorare la lingua del volgo ne migliori le capacità intellettive, portandolo magari a comprare qualche libro in più dei suddetti intellettuali, e che la lingua che parliamo tutti i giorni debba essere quella che si legge nei romanzi. Per questo, più che recensire “È un problema tuo” di Filippo La Porta, provo a prenderne spunto per cogliere alcune scorrette interpretazioni di un presunto problema. La recensione non è possibile, per due ragioni: innanzitutto non l’ho comprato ma l’ho letto in biblioteca e di certo non tornerò in biblioteca per rileggerlo e commentarlo puntualmente; poi perché se lo recensissi non saprei da dove cominciare, tra insensatezze critico-linguistiche (che vedrete più in là) e voli sociologici (per l’autore ormai abbiamo tutti il SUV e leggiamo tutti i volumetti Adelphi).
L’obiettivo dell’autore è prendere di mira alcuni tic linguistici (che un’altra prima di lui ha chiamato plastismi) dietro cui dovrebbe annidarsi la pochezza di pensiero e che dovrebbero essere rivelatori di quello che siamo o siamo diventati. Insomma, per La Porta è indice di una pigrizia linguistica che non solo coincide con la pigrizia mentale (si potrebbe pure accettare) ma ne è causa: l’uso di “frasi preconfezionate” nella lingua di tutti i giorni impigrisce il cervello. No.
Parlare bene è pensare bene? Innanzitutto la lingua non è una sorta di tesoro da cui prelevare le forme più belle, più variegate, più pregne di significato e adatte al contesto, meno abusate: un uso stilisticamente notevole non coincide necessariamente con la capacità critica e analitica. Conoscerete una marea di persone che parlano bene e pensano male; lo stesso La Porta ha partorito un libro la cui profondità non va oltre la soggettiva idiosincrasia, un libro superficiale in una lingua precisa, variegata, stilisticamente piacevole da leggere. Si possono dire cazzate in maniera impeccabile, insomma. Allora, vi starete chiedendo, si può parlare male e pensare bene? Per me no, ma la risposta merita una riflessione a parte e ci sarà occasione per ritornarci (a proposito del politicamente corretto, ad esempio): l’unica cosa di cui sono sicuro è che la capacità intellettiva non si migliora automaticamente migliorando la lingua.
Ma gli italiani parlano male? Lasciando per ora stare quella questione: sulla base di cosa gli italiani parlano male? I sintomi del problema individuati da La Porta sono in realtà falsi sintomi dovuti a una scarsa conoscenza dei meccanismi della lingua parlata: il lungo rapporto con la sola forma scritta dell’italiano da parte dell’élite culturale ha portato l’idea che la lingua serva a solo “comunicare” e “informare”; che ogni espressione, ogni minima espressione detta, vada pensata e scelta tra migliaia di altre; che ci sia un totale libero arbitrio. In realtà la lingua parlata è tutt’altro affare: innanzitutto è live, e questo spiega l’uso segnali discorsivi che, come vedremo, tanto fanno preoccupare La Porta; inoltre serve ad “esserci” in quanto individui sociali: torneremmo ogni sera a casa con il fumo che esce dalle orecchie, come nei fumetti, se tutto quello che dicessimo servisse prettamente a trasferire un’informazione da una capoccia all’altra. Insomma, non siamo sempre liberi quando conversiamo: perché c’è poco tempo e perché ci sono altri individui con cui, assieme, costruiamo la conversazione e rispettiamo/perpetuiamo delle regole.
Le regole della conversazione. Per esempio: siete sinceramente interessati a sapere «Come sta» una persona quando gli chiedete «Tuttaposto?» (una delle espressioni contro cui si scaglia La Porta). No. Ma è normale. Per La Porta è una testimonianza della nostra ansia di controllo sull’altro a cui segue la necessità che l’altro vi si conformi, dicendo necessariamente «Sì, tuttaposto». Ma non è assolutamente vero. L’altro sa benissimo che ve ne frega poco se va tutto bene o meno, ed è per questo che non vi dirà mai «No, va tutto una merda e voglio suicidarmi» (a meno di particolari relazioni d’amicizia); il più delle volte risponderà con «Sì, tutto bene» o al massimo «Abbastanza bene» o «Non c’è male». Conoscete entrambi le regole del gioco, entrambi le rispettate, la faccia è salva, potete cominciare ad occuparvi d’altro: che sia andarvene dopo lo scambio dovuto con chi conoscete e incontrate per strada, o continuare a conversare su cose più interessanti e urgenti. Dietro «Tuttaposto?» non si nasconde nessun indicatore di chissà quale volontà di controllo: è una forma, lato sensu, di cortesia linguistica, una regola sociale, con cui si può iniziare una conversazione o semplicemente esserci in quanto individui che mantengono relazioni tramite la lingua.
Gli strumenti della conversazione. Lo stesso vale per i segnali discorsivi (per una breve descrizione guardate questo, o Wikipedia inglese, ma se siete interessati consultate il terzo volume della Grande Grammatica di Consultazione): non sono tic linguistici, ma locuzioni utili nel parlare, necessarie per esseri umani che hanno poco tempo a disposizione e hanno bisogno di concessioni e permessi. Iniziare una frase con «Niente… » serve a prendere tempo senza per questo rinunciare al proprio turno, non a prendere con leggerezza quello che si sta dicendo (infatti è un riempitivo più che «pensiero debole portatile perfezionato in forma di massa»); o ancora, anteporre «In qualche modo» (per La Porta «quintessenza di una italianità adattativa e trasformista (un po’ convenzionale ma non del tutto immaginaria») o «Come dire?» al proprio enunciato serve a indicare che i termini che stiamo usando non sono precisi, che c’è un’incertezza dovuta agli stretti tempi di programmazione lessicale, e così vale per «Tipo… » (io, ad esempio, ho notato che uso spesso “Tipo” quando racconto qualcosa che non ricordo bene: piuttosto che annoiare chi ho davanti con lunghe pause, preferisco essere approssimativo e comunicarlo proprio con «Tipo… »).
Gli italiani parlano peggio? La superficialità del predicatore linguistico, e del libro di La Porta nello specifico, è dimostrata inoltre da quello sguardo diacronico («Una volta qui era tutta campagna e lingua genuina… ») che fa pensare a un periodo aureo in cui, per iniziare una conversazione, non si chiedeva «Come va?» ma «Cosa ne pensi del funzionalismo di Malinowski?». È l’equivoco di fondo tra scrittori e intellettuali e il loro rapporto con la lingua italiana, equivoco nato nella seconda metà del ’900 e arrivato fino ai giorni nostri. Negli anni ’50, grazie alla televisione, la lingua italiana è diventata davvero la lingua degli italiani: una lingua viva parlata da tutti. Dopo secoli di pertinenza quasi esclusivamente letteraria, l’italiano è diventato la lingua madre di sempre più persone, fino a diventare lingua nazionale: si è così presentato agli occhi degli scrittori il demone della lingua parlata. La classe intellettuale, cresciuta a pane e scrittura, si è trovata di fronte a un uso della lingua incerto, impreciso, timido, elastico; fatto di parole svuotate di significato e di locuzioni pronte all’uso. C’è stata addirittura una seconda questione della lingua, fatta partire frettolosamente da Pasolini, e l’argomento ha continuato a interessare ogni scrittore: gli italiani parlano peggio di una volta. Già è tanto se parlano, risponderei io, viste le premesse.
La differenza è che una volta chi usava la lingua italiana la usava solo nella pace e nel tempo a disposizione che si ha davanti a uno scrittoio. Oggi tutti usiamo una lingua vera, viva, elastica e mutevole; e capita nelle conversazioni di tutti i giorni che quella lingua sia superficiale o imprecisa: perché non sempre abbiamo il tempo per essere impeccabili e perché linguisticamente dobbiamo esserci e rispettare le regole, tranne quelle volte in cui scegliamo il silenzio, anch’esso socialmente e semanticamente rilevante.
Dizionari e parolacce. Alle medie, le prime volte che portavo il dizionario in classe per il tema di italiano su indicazione del professore, non sapevo bene cosa farci. Una cosa la facevo sempre: cercavo cazzo, culo, fica, vaffanculo, ecc. Senza nessun proposito d’approfondimento: solo il gusto e il brivido di trovare su carta quelle parole che in famiglia erano censurate e che si trasmettevano principalmente per via orale. Tanto tempo dopo, studiando linguistica, ho imparato a guardare diversamente il dizionario (ci mancherebbe), sfruttandone ogni possibile uso: ortografia, pronuncia, contesti d’uso, registri, etimologie, anno di attestazione. Ma il dizionario, per la maggior parte delle persone, continua a servire principalmente a spiegare il significato di una parola. Spiegare.
Dizionari e sessualità. Non è sempre così. Per i termini relativi alla sessualità, ad esempio. Prendiamo il termine spagnola. Spagnola, nella sfera sessuale, è un tecnicismo: ha un significato univoco, vuol dire solo quella particolare azione, come osmosi in chimica o cross nel calcio; inoltre questa posizione, in italiano, non ha altri nomi. Un primo dato interessante è l’assenza da quasi tutti i dizionari: il monumentale “Grande dizionario italiano dell’uso” (1999, con aggiornamenti del 2003 e del 2007, vado a memoria e potrei sbagliarmi), lo “Zingarelli 2012″, il “Sabatini-Coletti” (mi pare di aver consultato quello del 2003), il “Garzanti” (2006). Già qua potremmo discutere sul perché una voce gergale di larga diffusione sia estromessa da quasi tutti gli strumenti lessicografici: è pudore? La conferma ce la dà l’unico dizionario che la presenta: il “Devoto-Oli 2012″, ‘s.f., gerg. – Coito intermammillare. Voce gergale. 1923′. Coito intermammillare. Non so a voi ma a me sembra una cosa molto brutta: se una ragazza prosperosa mi proponesse un coito intermammillare probabilmente rifiuterei, e se accettassi userei senz’altro il preservativo.
Definizioni semplici per pratiche sessuali semplici. La definizione non è sbagliata, effettivamente è un rapporto sessuale che si consuma tra i seni femminili; ma invece di spiegare il significato, lo complica, ammantando la definizione di una veste tecnico-medica. Certo, uno si può chiedere, prova te a spiegare spagnola su un dizionario senza cadere nel triviale. Per trovare una spiegazione semplice, cristallina e tutt’altro che volgare ci viene in aiuto il pregevole “Dizionario del lessico erotico” di Valter Boggione e Giovanni Casalegno che definisce spagnola: ‘Pratica erotica consistente nel sollecitare il pene facendolo scorrere nel solco tra le mammelle’. Ora sì che mi piace.
Continuo a farmi da avvocato del diavolo: vabbe’, quello è un dizionario generale, e quell’altro un lessico specialistico, per forza lo spiega meglio. Ma la ragione non è metodologica, e per dimostrarlo basta fare dei confronti interni. Prendiamo altri tecnicismi, di altre sfere semantiche, per esempio i già citati cross e osmosi:
Cross: ‘Nel tennis, il colpo diagonale; nel calcio, il traversone verso il centro dell’area di rigore effettuato dalla zona laterale del campo; nel pugilato, colpo che arriva di lato sul bersaglio’
Osmosi: ‘Fenomeno per cui si ha un flusso di solvente (in genere acqua) tra due soluzioni separate da una membrana semipermeabile; il fenomeno è generalmente dovuto a differenze di concentrazione, e in tal caso il solvente fluisce dalla soluzione meno concentrata a quella più concentrata, ma può anche essere determinato da differenze di potenziale elettrico tra due elettrodi immersi nelle due soluzioni (elettrosmosi), o da differenze di temperatura (termosmosi)’
E sono solo due esempi, basta aprire il dizionario a caso per trovarne a non finire. Evidentemente una parola gergale (ma dipende dai punti di vista, nel sesso è un tecnicismo) non è degna di spiegazioni lisce e trasparenti, anzi, bisogna raggiungerne il significato arrampicandosi su dei tecno-eufemismi. Come se il cross fosse glossato con ‘traversone centripeto’.
Spagnole in Spagna. Per onorare la bravura delle iberiche in questa pratica (oh, è etimologia: comunque in ogni parte del mondo è chiamata diversamente, qua c’è una una lista non so quanto affidabile) facciamo un raffronto con lo spagnolo (ringraziando Valentina per le informazioni bibliografiche). In Spagna, logicamente, non si chiama española, bensì cubana. Né sul “RAE” (dizionario della Real Academia Española) né sul “Clave” c’è, la troviamo invece sul “Lema” (conosciuto in Italia come “Vox Mayor”), con la glossa: ‘Práctica sexual en la que la mujer masturba al hombre colocando el pene del éste entre sus pechos’. Lineare, semplice, cristallina.
Insomma, la maggior parte dei dizionari non presenta il termine (e la scelta è molto discutibile, essendo un termine piuttosto comune); al contrario, il Devoto-Oli dopo aver cacciato il pudore dalla porta lo fa rientrare dalla finestra. Parlare di moralismo forse è eccessivo, pudore va benissimo. La domanda è: una disciplina (la lessicografia) con velleità scientifiche e con propositi documentari e didattici può essere pudica? L’esame della prostata, per caso, te lo fanno passando dalla bocca perché un dito in culo “è un po’ volgarotto”? Insomma, fa un po’ ridere che linguisti esperti che giustamente criticano vizi italiani come il “burocratese”, colpevole di mascherare parole semplici con parole considerate più “alte” (complicando la comprensione), cadano in un “pudorese” definendo coito intermamammillare una pratica semplice (e piuttosto piacevole) come la spagnola.
Come quasi tutti i romani sapranno, nella capitale gli pseudonimi con cui si appella la squadra avversa sono Lazzie (o Lazie) e Riomma. A scientifica distanza dal derby, è giunto il momento di colmare la lacuna linguistica sulla formazione (diversa) delle due storpiature.
Mimetismo di Lazzie. La storpiatura del nome della squadra biancoceleste ha solide basi mimetico/fonologiche: la sonorizzazione dell’affricata è resa nella maggior parte delle attestazioni con <zz> (per distinguerla dalla <z> sorda del nome originario; nell’altra rappresentazione grafica <z> si preferisce mettere in risalto il suono dolce, che potrebbe non essere reso dalla doppia), mentre la <e> finale rappresenta ragionevolmente la vocale indistinta finale, tipica del sud del Lazio. La storpiatura rappresenta quindi una resa mimetica del tifoso laziale, fonologicamente precisa e consonante all’epiteto di “burino”, con cui sono appellati da parte romanista.
Riomma: una questione complessa. Riomma è più difficilmente decifrabile: non ci sono ragioni fonologiche, essendo i fenomeni rappresentati sconosciuti all’area in questione. Per questa ragione penso sia una formazione di tipo analogico, occorre quindi provare a fare luce sulla storia della parola. È fondamentale innanzitutto fare qualche ipotesi diacronica su quale termine sia nato prima. Da un punto di vista meramente quantitativo possiamo vedere, tramite un veloce ricerca su Google (non avendo trovato i termini nei lessici dialettali e nelle carte dell’AIS), come Lazzie e Lazie siano assolutamente dominanti su Riomma (180mila e 452mila contro 38.800); numeri indicativi ma che vanno senz’altro presi con le molle, essendo il risultato viziato dalla maggior presenza di tifosi romanisti rispetto a quelli laziali. Non dandoci per vinti, andiamo a vedere le testimonianze coeve: nel corpus YA (Yaus Answeri) troviamo un interessante commento di un contemporaneo.
Lasciando da parte le tenere considerazioni prescientifiche del Palot311, un altro tassello (di parte, bisogna precisarlo) s’inserisce nell’intricato puzzle: apparentemente, Lazie/Lazzie è venuto prima di Riomma (come potrebbero anche confermare i dati quantitativi, se presi alla lettera).
Reazione analogica. Quanto ipotizzato sulla formazione analogica (quasi certa) sembra essere confermato dalla cronologia e dal peso quantitativo (fondamentale per le formazioni analogiche) del corrispondente Lazie/Lazzie. La formazione analogica, in questo caso, ha regolarizzato l’assenza, nel quadro semantico, di una storpiatura del nome dell’avversario, già esistente invece per la squadra biancoceleste. Bisogna tuttavia notare che non sono stati realizzati sensati mutamenti fonologici e Riomma pare essere il frutto di una superficiale e frettolosa storpiatura: chiameremo questo fenomeno “rosicamento linguistico“.