Difendiamo la lingua più che il lavoratore!

Battersi in difesa della lingua è molto più importante che battersi per la abolizione o la conservazione dell’articolo 18.” (Pietro Citati, 15/02/2012)

A giudicare dal recente elzeviro di Pietro Citati (segnalatomi da Diego), l’obiettivo principale di alcuni intellettuali, quei «molti che hanno scritto intorno alla salute della lingua italiana», è avere un popolo che si concentri sul congiuntivo e sul bel parlare, e chiuda un occhio sul vil danaro e sulla propria condizione economica e sociale. Insomma, stare in cassa integrazione potrebbe essere un bella occasione per riprendere in mano qualche polverosa grammatica purista e dare una ripassata a quelle regole che permetterebbero «di parlare e di scrivere secondo natura e tradizione» della nostra lingua.

Potrei continuare a strumentalizzare questa frase, ma non lo farò: facciamo finta che sia una provocazione (e facciamo finta che esista una confine netto tra provocazione e cazzata). Quello che manca, in questo editoriale, è un qualsivoglia impianto teorico che sorregga le affermazioni; affermazioni di una banalità sconcertante, che potrebbe scrivere un liceale, in piena estasi umanistica, che ancora non sa che si è continuato a scrivere belle cose anche dopo Leopardi.

Innanzitutto “una natura della lingua” non esiste: o meglio, esiste nel momento in cui quella lingua è parlata da un certo numero di persone. Ma sono le persone che le danno forma, e quella natura può variare: altrimenti staremmo ancora parlando latino. E il variare della natura non comporta una perdita di intelligenza o di capacità espressiva: mi sembra che Dante abbia partorito la Divina Commedia, mentre tutto il mondo intellettuale ancora scriveva in latino (gli storici della lingua mi concedano di andare con l’accetta). Primo punto da tenere a mente: la mutevolezza della lingua (dovuto a un uso continuo di un codice che tra le proprie regole ha proprio il non poter essere immobilizzato) non comporta altro che il mutamento della lingua. A questo non corrisponde una perdita di intelligenza dei parlanti o di bellezza. Questo non vuol dire che si debba essere totalmente lassisti nell’educazione linguistica, ma facciamo che di questo ne parliamo un’altra volta, perché è lungo e perché Citati si lamenta e basta, senza fare il minimo accenno all’istruzione.

Andiamo avanti: Citati dice che stiamo perdendo forme, costrutti, parole. Tra questi il congiuntivo, vero feticcio dei predicatori linguistici (leggetevi questo libro), principale sintomo dello sfacelo in cui versa questo povero popolo dannato. Prima di tutto non è vero, né è recente la sua alternanza con l’indicativo, come ricorda Luca Serianni:

«[…] il congiuntivo non è morto, né è recente l’assedio postogli dall’indicativo: dopo una completiva l’indicativo è spesso una semplice alternativa colloquiale, possibile fin dal XIV secolo, e per un’ipotesi irreale nel passato l’uso è antico e ben acclimatato persino in poesia.» (Prima lezione di grammatica, p. 54)

Quindi, evitando perifrasi stantie che tanto annoiano il nostro elzevirista, possiamo dire senza remore che Citati ha detto una grande cazzata. Ma poi, volendo andare più a fondo, se il congiuntivo morisse non è che verrebbe sostituito da versi scimmieschi, portandoci a non poter più esprimere determinati pensieri: verrebbe semplicemente sostituito da altre forme, magari di natura diversa, capaci di esprimere lo stesso rapporto che c’è ora tra i due modi verbali. Però Citati vuole definitivamente rendere palese la sua incompetenza linguistica precisando che è una questione di «fascino», e non di uso: ma la bellezza (parametro prescientifico in linguistica) non ha quasi nessuna voce in capitolo nei cambiamenti di una lingua, lingua che usiamo tutti i giorni fondamentalmente perché ci serve per fare le cose, e non per sbrodolarci e masturbarci su belle forme (toh, la solita confusione tra lingua scritta e lingua parlata).

Come è usuale tra questi solenni predicatori, l’articolo finisce in completa caciara. Prima ci si contraddice («la nostra lingua si imbruttisce non per via della sua progressiva povertà»), tenendo comunque ben presente che la povertà è progressiva, e che prima si parlava meglio; poi si attacca la lingua in maniera strumentale: ovvero lamentandosi di espressioni che (per quanto brutte) sono peculiari unicamente di alcuni sottocodici (politico, giornalistico, ecc.) e non della lingua in generale (al bar non ho mai sentito parlare di «staccare la spina a Luis Enrique» ma di «mannallo via»); infine ce la si prende con un segnale discorsivo (in qualche modo) tipico del parlato e della cui importanza abbiamo già parlato ampiamente. Vi prometto che prima o poi scriverò una ricetta perfetta per scrivere un editoriale scemo che parli di lingua italiana.

Insomma, così come guardare partite di calcio non fa di te un allenatore, saper scrivere bene e occuparti di letteratura non fa di te un linguista. Anzi, è proprio il continuo contatto con la letteratura e il bello stile che svia lo sguardo dalle funzioni principali di una lingua, e dalla sua bellissima e caratteristica mutevolezza, che fa di ogni parlante un potenziale e inconsapevole creatore.

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