I predicatori linguistici e la lingua viva


Predicatori linguistici. Guardatevi sempre da chi vi dice come dovete parlare. Non sto parlando di alfabetizzazione o rispetto della norma, ma di stile, e di quegli intellettuali che credono fermamente che migliorare la lingua del volgo ne migliori le capacità intellettive, portandolo magari a comprare qualche libro in più dei suddetti intellettuali, e che la lingua che parliamo tutti i giorni debba essere quella che si legge nei romanzi. Per questo, più che recensire “È un problema tuo” di Filippo La Porta, provo a prenderne spunto per cogliere alcune scorrette interpretazioni di un presunto problema. La recensione non è possibile, per due ragioni: innanzitutto non l’ho comprato ma l’ho letto in biblioteca e di certo non tornerò in biblioteca per rileggerlo e commentarlo puntualmente; poi perché se lo recensissi non saprei da dove cominciare, tra insensatezze critico-linguistiche (che vedrete più in là) e voli sociologici (per l’autore ormai abbiamo tutti il SUV e leggiamo tutti i volumetti Adelphi).

L’obiettivo dell’autore è prendere di mira alcuni tic linguistici (che un’altra prima di lui ha chiamato plastismi) dietro cui dovrebbe annidarsi la pochezza di pensiero e che dovrebbero essere rivelatori di quello che siamo o siamo diventati. Insomma, per La Porta è indice di una pigrizia linguistica che non solo coincide con la pigrizia mentale (si potrebbe pure accettare) ma ne è causa: l’uso di “frasi preconfezionate” nella lingua di tutti i giorni impigrisce il cervello. No.

Parlare bene è pensare bene? Innanzitutto la lingua non è una sorta di tesoro da cui prelevare le forme più belle, più variegate, più pregne di significato e adatte al contesto, meno abusate: un uso stilisticamente notevole non coincide necessariamente con la capacità critica e analitica. Conoscerete una marea di persone che parlano bene e pensano male; lo stesso La Porta ha partorito un libro la cui profondità non va oltre la soggettiva idiosincrasia, un libro superficiale in una lingua precisa, variegata, stilisticamente piacevole da leggere. Si possono dire cazzate in maniera impeccabile, insomma. Allora, vi starete chiedendo, si può parlare male e pensare bene? Per me no, ma la risposta merita una riflessione a parte e ci sarà occasione per ritornarci (a proposito del politicamente corretto, ad esempio): l’unica cosa di cui sono sicuro è che la capacità intellettiva non si migliora automaticamente migliorando la lingua.

Ma gli italiani parlano male? Lasciando per ora stare quella questione: sulla base di cosa gli italiani parlano male? I sintomi del problema individuati da La Porta sono in realtà falsi sintomi dovuti a una scarsa conoscenza dei meccanismi della lingua parlata: il lungo rapporto con la sola forma scritta dell’italiano da parte dell’élite culturale ha portato l’idea che la lingua serva a solo “comunicare” e “informare”; che ogni espressione, ogni minima espressione detta, vada pensata e scelta tra migliaia di altre; che ci sia un totale libero arbitrio. In realtà la lingua parlata è tutt’altro affare: innanzitutto è live, e questo spiega l’uso segnali discorsivi che, come vedremo, tanto fanno preoccupare La Porta; inoltre serve ad “esserci” in quanto individui sociali: torneremmo ogni sera a casa con il fumo che esce dalle orecchie, come nei fumetti, se tutto quello che dicessimo servisse prettamente a trasferire un’informazione da una capoccia all’altra. Insomma, non siamo sempre liberi quando conversiamo: perché c’è poco tempo e perché ci sono altri individui con cui, assieme, costruiamo la conversazione e rispettiamo/perpetuiamo delle regole.

Le regole della conversazione. Per esempio: siete sinceramente interessati a sapere «Come sta» una persona quando gli chiedete «Tuttaposto?» (una delle espressioni contro cui si scaglia La Porta). No. Ma è normale. Per La Porta è una testimonianza della nostra ansia di controllo sull’altro a cui segue la necessità che l’altro vi si conformi, dicendo necessariamente «Sì, tuttaposto». Ma non è assolutamente vero. L’altro sa benissimo che ve ne frega poco se va tutto bene o meno, ed è per questo che non vi dirà mai «No, va tutto una merda e voglio suicidarmi» (a meno di particolari relazioni d’amicizia); il più delle volte risponderà con «Sì, tutto bene» o al massimo «Abbastanza bene» o «Non c’è male». Conoscete entrambi le regole del gioco, entrambi le rispettate, la faccia è salva, potete cominciare ad occuparvi d’altro: che sia andarvene dopo lo scambio dovuto con chi conoscete e incontrate per strada, o continuare a conversare su cose più interessanti e urgenti. Dietro «Tuttaposto?» non si nasconde nessun indicatore di chissà quale volontà di controllo: è una forma, lato sensu, di cortesia linguistica, una regola sociale, con cui si può iniziare una conversazione o semplicemente esserci in quanto individui che mantengono relazioni tramite la lingua.

Gli strumenti della conversazione. Lo stesso vale per i segnali discorsivi (per una breve descrizione guardate questo, o Wikipedia inglese, ma se siete interessati consultate il terzo volume della Grande Grammatica di Consultazione): non sono tic linguistici, ma locuzioni utili nel parlare, necessarie per esseri umani che hanno poco tempo a disposizione e hanno bisogno di concessioni e permessi. Iniziare una frase con «Niente… » serve a prendere tempo senza per questo rinunciare al proprio turno, non a prendere con leggerezza quello che si sta dicendo (infatti è un riempitivo più che «pensiero debole portatile perfezionato in forma di massa»); o ancora, anteporre «In qualche modo» (per La Porta «quintessenza di una italianità adattativa e trasformista (un po’ convenzionale ma non del tutto immaginaria») o «Come dire?» al proprio enunciato serve a indicare che i termini che stiamo usando non sono precisi, che c’è un’incertezza dovuta agli stretti tempi di programmazione lessicale, e così vale per «Tipo… » (io, ad esempio, ho notato che uso spesso “Tipo” quando racconto qualcosa che non ricordo bene: piuttosto che annoiare chi ho davanti con lunghe pause, preferisco essere approssimativo e comunicarlo proprio con «Tipo… »).

Gli italiani parlano peggio? La superficialità del predicatore linguistico, e del libro di La Porta nello specifico, è dimostrata inoltre da quello sguardo diacronico («Una volta qui era tutta campagna e lingua genuina… ») che fa pensare a un periodo aureo in cui, per iniziare una conversazione, non si chiedeva «Come va?» ma «Cosa ne pensi del funzionalismo di Malinowski?».  È l’equivoco di fondo tra scrittori e intellettuali e il loro rapporto con la lingua italiana, equivoco nato nella seconda metà del ‘900 e arrivato fino ai giorni nostri. Negli anni ’50, grazie alla televisione, la lingua italiana è diventata davvero la lingua degli italiani: una lingua viva parlata da tutti. Dopo secoli di pertinenza quasi esclusivamente letteraria, l’italiano è diventato la lingua madre di sempre più persone, fino a diventare lingua nazionale: si è così presentato agli occhi degli scrittori il demone della lingua parlata. La classe intellettuale, cresciuta a pane e scrittura, si è trovata di fronte a un uso della lingua incerto, impreciso, timido, elastico; fatto di parole svuotate di significato e di locuzioni pronte all’uso. C’è stata addirittura una seconda questione della lingua, fatta partire frettolosamente da Pasolini, e l’argomento ha continuato a interessare ogni scrittore: gli italiani parlano peggio di una volta. Già è tanto se parlano, risponderei io, viste le premesse.

La differenza è che una volta chi usava la lingua italiana la usava solo nella pace e nel tempo a disposizione che si ha davanti a uno scrittoio. Oggi tutti usiamo una lingua vera, viva, elastica e mutevole; e capita nelle conversazioni di tutti i giorni che quella lingua sia superficiale o imprecisa: perché non sempre abbiamo il tempo per essere impeccabili e perché linguisticamente dobbiamo esserci e rispettare le regole, tranne quelle volte in cui scegliamo il silenzio, anch’esso socialmente e semanticamente rilevante.

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3 commenti su “I predicatori linguistici e la lingua viva

  1. Hai ragioni da vendere: a me quest’atteggiamento finto-scandalizzato da maestrina con la penna rossa fa venire l’orticaria.
    Però dovremmo interrogarci sul perché l’elaborazione della linguistica moderna, che ha da decenni superato l’impostazione normativa, non riesca a trasmettere tali sue conquiste alla critica letteraria: ed ecco che l’attenzione alla lingua è riservata al capitoletto da antologia (“Lo stile di Verga”) e si esplica in una rassegna di usi buoni e cattivi, diligentemente notati dal critico.
    Quando ero matricola, nelle prime lezioni di Glottologia appresi che “praticamente” era un modalizzatore e che “tuttapposto” aveva una funzione fatica (c’erano ancora Jakobsoniani aggiro, da quelle parti), però tre porte più in là di questa competenza e di questo sapere non rimaneva nulla e si continuava a confondere la linguistica con la retorica e la stilistica con la critica del bello stile. Ecco, io continuo a chiedermi perché.
    Bel blog, by the way.

  2. Fabio Poroli il said:

    All’estero è così? In Italia quello che pesa è principalmente un’impostazione storiografica e filologica: basta vedere quanti pochi articoli/libri escono sulla lingua contemporanea, di cui la metà si riducono alle solite banalità sulla lingua delle chat e degli SMS. A cui si aggiunge una percezione totalmente distorta della lingua da parte della classe intellettuale, dovuta, per me, alle ragioni storiche strutturali della lingua italiana (da poco *realmente* esistente al di fuori della letteratura). Quindi la colpa è sia della critica letteraria, che continua a trattare la lingua come se non esistesse la linguistica e si limita a sapere quelle due tre cosette imparate da Saussure o Jakobson, sia della linguistica italiana, che si confronta con la critica letteraria solo nel campo della stilistica, campo che nella linguistica italiana è frequentato principalmente da storici della lingua.

  3. Sono pienamente d’accordo con te, Fabio. Non tanto per le riflessioni particolari sul libro di La Porta (che non ho letto e che quindi non oso giudicare), quanto per quelle sulla convinzione generale dei letterati, per cui la lingua italiana deve essere una lingua nobile, destinata alla comunicazione nobile: per lo più pragmaticamente inutile. Anzi, l’inutilità spesso è così tanto piacevole che addirittura s’arrischia l’incomprensione anziché l’effettiva comunicazione informativa (un rischio davvero, perché troppo normale). Ma questo non solo nella lingua parlata; anche e soprattutto nello scritto.
    Infatti metterei in rilievo anche questo: molti autori di testi saggistici credono che tale tipologia sia finalizzata a saggiare (perdonate la retorica) la loro vanità stilistica, dimenticando affatto l’importanza comunicativa. Sono spesso autoreferenziali e il lettore deve necessariamente immedesimarsi nel narcisismo dello scrivente (ohibò, chiedo scusa: scrittore / autore) per cercare di capire cosa voglia dimostrare quest’ultimo. Il più delle volte il lettore scopre che il suo sforzo è stato inutile, dal momento che l’unica cosa che vogliono dimostrare è il “bello” (e le virgolette metalinguistiche sono giustificate dal personale gusto) stile senza alcun significato sottostante. Forse sono questi dei tic linguistici che svelano l’incapacità di pensiero; un adeguamento al proprio, senza la voglia, per pura pigrizia intellettuale, di farsi comprendere ma con quella di mostrarsi virtuosi linguisticamente (alias arzigogolati).
    Spesso anche la scuola pecca in questo. Le nuove (ormai in realtà sono passati tredici anni) prove ministeriali, includenti la tipologia del saggio breve, avrebbero dovuto modificare questa tendenza al “tema d’autore”, per cui scrivere bene significa rifarsi alla retorica classica. La scuola dovrebbe preparare l’italiano a comunicare, a farsi capire: non a scrivere versi o epifanie (poi se ha la tendenza a farlo tanto meglio per lui, se sa come adoperare la tecnica).
    Pur essendo ignorante, credo di poter affermare che la pigrizia del pensiero non sia manifestata tanto dalla presenza di locuzioni comuni (di cui è stato spiegato sopra il motivo) o “di massa” (ormai la massa non piace a nessuno, ma ancora non abbiamo capito che la formiamo; ancora stiamo nel mito romantico dell’individualità…), quanto nel desiderio di non interagire con la realtà. Detto questo, spero che continuino a scrivere e a parlare nobilmente così manterrò un obiettivo rivoluzionario!

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