Il più grande problema della lingua è la sciatteria dei giornalisti

Traccia per un tema di italiano: «La morte. Purtroppo è sempre stata tra i “fenomeni naturali” più diffusi. Parla di questo strano fenomeno che procura solo dolore per le persone che ci stanno accanto e di un avvenimento che spieghi le emozioni che hai provato in quell’occasione».

Svolgimento: «Purtroppo la morte è uno dei tanti fenomeni più diffusi, sin dalla preistoria»

(da Luca Serianni – Giuseppe Benedetti, Scritti sui banchi. L’italiano a scuola tra alunni e insegnanti, Carocci, 2009)

Lasciando da parte la spassosa traccia, che riesce ad adombrare l’altrettanto spassososo incipit dell’alunno (che ha come scusante la riproposizione della traccia), vi sarà senz’altro capitato di iniziare un tema in maniera simile. Qual era il miglior escamotage per iniziare un tema a scuola e allontanare lo spettro della pagina bianca? Beh, centralizzare subito l’argomento, nobilizzarlo. E allora giù di “Il più grande problema”, “Sempre più spesso si parla”, “Uno dei più grandi problemi al giorno d’oggi”, “Il più importante”, ecc. 

Le tracce molto generiche, unite all’oggettiva difficoltà di avere un’opinione precisa su argomenti universali (la fame nel mondo, la guerra, la morte, l’ambiente), portano lo studente a scrivere qualcosa tanto per scrivere, delegando la forza del testo alla forma. Insomma, il classico tema d’italiano ha problemi intrinseci che, in parte, possono, se non giustificare uno studente, almeno concedergli delle attenuanti: scrivere senza sapere è possibile, ma non certo a quell’età.

Stupisce molto più trovare meccaniche simili in articoli di giornale. Oggi, 8 marzo, festa della donna, non si può fuggire dai soliti articoli, editoriali, inchieste sulle donne, sulla violenza sulle donne, sulle donne e il lavoro, ecc. Ed ecco che spunta fuori un articolo, sull’Espresso, con un esordio ai limiti del grottesco, formalmente identico al classico tema scritto senza sapere nulla dell’argomento. Lasciando da parte il titolo, su cui ho dei dubbi di gusto (ma il gusto e la linguistica, come abbiamo visto, non vanno tanto d’accordo), l’articolo inizia così:

«Se Laura sappia o meno che l’omicidio è la causa principale di morte per le donne, non glielo leggi in faccia.»

Leggendo questa frase sembrerebbe che l’omicidio superi quantitativamente i decessi per malattie, tumori, infarti, incidenti stradali, ecc. Il che è ridicolo anche per chi non ha dati alla mano (tipo me). Ma le attenuanti che si concedono a uno studente, non si possono concedere a una giornalista: siamo di fronte a una frase che non solo è altisonante quanto l‘incipit di un tema scolastico, ma è sbagliata. Spettacolarizzazione o sciatteria? Propenderei per entrambe le cose, come può testimoniare il virgolettato al lato:

«Delle 127 donne che hanno perso la vita nel 2010, 114 sono state uccise da membri della famiglia, di cui 68 erano partner della vittima, mentre 29 ex partner»

Virgolettato che, oltre a essere impreciso nel testo (“perdere la vita” non è unicamente riconducibile all’omicidio, ma il significato si può dedurre dal contesto, è vero, e non starò qua a misurarmi con esercizi leziosi), oltre a essere sbagliato fuori contesto, testimonia quella voglia di colpire il lettore che prevalica la semplice precisione linguistica (bastava scrivere “uccise”).

Vabbè, direte, che un articolo miri soprattutto a colpire, per quanto sbagliato, è cosa comune. Oggi mi sento buono e lascerò pure stare la competenza linguistica dei giornalisti: ma bisogna puntualizzare con voce ferma, innanzitutto, che una frase sbagliata, in un articolo di giornale, è una frase sbagliata, a prescindere dalle scusanti pragmatiche. Poi, che a forza di spettacolarizzare tutto non si spettacolarizza niente: a questo punto mi aspetterei proteste formali da parte di associazioni di donne vittime della strada o a favore della prevenzione per il cancro al seno. Infine, che una giornalista che inizia un articolo come un qualsiasi studente di terza media, quello no, per quanto permissivi, non si può proprio accettare.

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